Perché iscriversi

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Perché iscriversi 2015-12-24T11:58:25+02:00

Le ragioni immediate per le quali vi chiediamo di rinnovare la tessera o di iscrivervi sono sostanzialmente le stesse che ci hanno fatto stare insieme negli ultimi anni e in definitiva possono essere riassunte nella seguente constatazione: in Italia, come in Europa e negli Stati Uniti, il Capitale occidentale sta portando avanti un attacco premeditato, violento e continuato all’intera classe lavoratrice con il preciso scopo di azzerare le conquiste da essa ottenute nei quarant’anni di lotte messe in piedi durante la divisione del mondo in blocchi contrapposti, dal 1949 al 1989. Quelli di voi che per ragioni anagrafiche non hanno conosciuto l’Europa dello sviluppo economico, culturale e politico, possono farsi un’idea di ciò che è accaduto con la scomparsa dell’Unione Sovietica solo attraverso l’immaginazione sostenuta dalle letture e dai racconti fatti da noi che l’abbiamo vissuta, quell’Europa. Eppure, anche se ciò che riuscite ad immaginare è parziale o addirittura deficitario, una cosa nel complesso la intuite subito e perfettamente: la classe lavoratrice era in quei decenni temuta e rispettata dai padroni! E lo era non perché vigesse chissà quale galateo fra le parti quanto piuttosto poiché con le lotte continue essa li costringeva a restituire il profitto maltolto edificando lo Stato sociale (Scuola; Sanità; Trasporti; Statuto dei lavoratori; Salario diretto, indiretto e differito), con le lotte continue li costringeva ad ampliarlo e con le lotte continue lo difendeva dalle controffensive. Ciò per dire semplicemente una cosa: finché non ci decideremo a contrastare questo andazzo, è pacifico che ci ritroveremo, come si dice, sotto botta.

Le ragioni di fondo per le quali vi chiediamo di rinnovare la tessera del 2015 o di iscrivervi sono alla radice di quelle immediate e anch’esse, a maggior ragione, le stesse che vi facciamo ronzare nella testa quando discutiamo, legate alla elementare constatazione che, da quando è nato il sistema capitalistico, oggi come nel passato è impossibile per la classe lavoratrice ottenere il benché minimo risultato se essa non si organizza e non si mantiene organizzata sia sul versante sindacale sia su quello politico. Infatti, durante i primi cento anni di sfruttamento capitalistico (grossomodo dal 1570 in poi), i nostri avi condussero vite da straccioni morti di fame perché, presi assolutamente in contropiede, furono espulsi dalle terre coltivate nelle quali erano servi della gleba per lasciare spazio alle mandrie con cui i fittavoli avevano deciso esse servissero alla pastorizia. Centinaia di migliaia e poi milioni di persone, una generazione dopo l’altra, si ritrovarono senza nemmeno i tuguri dove dormivano e qualche cosa mangiavano quando faticavano dalla mattina alla sera per il monarca. I primi capitalisti, né più né meno come quelli odierni, erano spietati e tutti (uomini, donne, bambini e vecchi) si trovavano costretti a lavorare sedici ore al giorno almeno per riuscire a comperare solamente qualcosa da mettere sotto i denti. A dormire, si dormiva nei prati e nelle baracche. Vestire ci si vestiva rimediando e rattoppando.

Il rapporto fra lavoratori e capitalisti cominciò ad essere via via meno sfavorevole ai nostri avi soltanto dopo le prime ribellioni; soprattutto dopo la nascita delle leghe (i proto sindacati), poi dei partiti politici socialisti e, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, di quelli comunisti. Per noi lavoratori, così come per i capitalisti che ci opprimono sempre più palesemente, vale il proverbio di un anonimo africano che ritengo valga la pena farvi rileggere integralmente: “Ogni giorno in Africa il leone si sveglia e sa che dovrà correre più di una gazzella. Ogni giorno in Africa la gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone. Non importa che tu sia leone o gazzella: l’importante è cominciare a correre”. Se è vero che per la classe lavoratrice è fondamentale ricominciare a contrastare il capitale, poiché è così che in passato essa ha riscattato la propria condizione di miseria materiale e spirituale riprendendosi di continuo il profitto sottrattole in precedenza, oggi non dobbiamo fare altro che, oppure, non ci resta da fare altro che scrollarci di dosso l’avvilimento, lo sconforto ma anche la pigrizia intellettuale con i quali guardiamo alla realtà attuale. Come spiega bene il proverbio africano, per noi lavoratori non ci sono nicchie nelle quali possiamo rifugiarci stabilmente per sfuggire alla temperie scatenata dal capitale, così come non possiamo nemmeno sperare che essa cessi perché i capitalisti vogliono sfruttare noi ma anche annientarsi in quanto concorrenti. Prendere esempio dalle lotte del passato e imparare a mettere in piedi quelle che ci servono per il futuro, rifuggendo il fatalismo e l’auto compatimento che pure stanno aiutando l’avversario: questo noi riteniamo debba essere il nostro compito.

Un caro saluto a tutti voi

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